Le interrogazioni della modernità
di
Andrea Amato

PARTE PRIMA



4) LA CRISI DI MASSA E L'INDIVIDUO: DEBOLE, CORRIVO E STRUMENTALIZZATO

Concludiamo questa panoramica parlando del dogmatismo.

In generale, esso  può essere ricondotto ad un progetto che prevede un ribaltamento dei livelli esistenziali (rapporti tra pubblico e privato a favore del primo), e comporta sia una semplificazione della complessità antropologica ed una limitazione del libero gioco delle facoltà umane, sia una semplificazione delle relazioni sociali ed ambientali, in questo caso tanto più compatte quanto più omologate.

A partire  da questa definizione possiamo anche meglio capire la posizione dogmatica verso la storia.

Per il dogmatismo non ci sono dubbi, la modernità ha aperto una crisi profonda e lacerante e questa colpisce in primo luogo la persona, il suo bagaglio di certezze, la sua stabilità psicologica, la sua chiara collocazione sociale.

La solidità dogmatica dell'individuo, però, non discende essenzialmente da una maturazione personale, compiuta sulla base di una riflessione individuale sulle proprie esperienze dirette e sui valori trasmessi dalla società, bensì viene fatta dipendere da una salda e puntuale organizzazione della società, il cui aspetto distintivo risiede nella rigidità della sua strutturazione, o, in altri termini, nella inviolabilità e nella certezza del suo modo d'essere.

Una entità superiore, sia essa la nazione, la religione, l'ideologia, la forza cosmica, è garante ed artefice del disporsi ordinato del mondo e in questa armonia prestabilita ed incontrollabile l'individuo può ritrovare la sua stabilità. Rispetto all'ordine superiore l'esercizio della critica diventa non solo superfluo ma addirittura nocivo, e viene subito bollato come peccato di hybris.

Dunque,  la crisi, prima ancora che le forme di organizzazione sociale, colpisce principalmente l'individuo, ed in tal senso essa presenta un carattere di massa. La crisi, inoltre, investe l'uomo nella totalità delle sue sfere, ragion per cui la risposta non può che essere anch'essa totale, totalitaria. In questa ottica, l'individuo diventa  il punto di riferimento iniziale e finale del progetto dogmatico, iniziale perché la sua caduta costituisce l'elemento essenziale dell'attuale stato di crisi, finale perché tutti gli interventi normativi si rivolgono principalmente all'individuo.

Se, quindi, l'individuo assume un ruolo centrale, esso non può essere totalmente passivo nei confronti della possibilità del suo stesso riscatto, perciò gli si chiede, innanzitutto, un'adesione convinta e profonda al progetto dogmatico. Si esige, inoltre, un suo impegno concreto e assiduo per l'affermazione di tale progetto. Infine, si domanda, sin d'ora, prima ancora del successo definitivo, una coerente ed esemplare condotta di vita che inveri la proposta dogmatica, ne dimostri la pratica realizzabilità, ne riveli o ne faccia balenare l'efficacia, metta alla prova la fede e la capacità dell'individuo.

Il progetto dogmatico, in qualche modo, valorizza le potenzialità individuali; se ignoriamo questo dato smarriamo una delle sue più importanti chiavi di successo. L'individuo, attratto da una concezione di vita assiomatica, ritrova la sua stabilità: perché si sente utile ed utilizzato; perché si ritrova inserito in una comunità, cioè in una forza più grande che lo rassicura e lo fa uscire da uno stato di debolezza ed incertezza; perché crede in qualcosa di assoluto.

Questi tre elementi sono inscindibili tra loro e la semplice fede nel progetto dogmatico di per sé non basta, perché da sola non riesce ad associare la combattività alla sottomissione. Solo un individuo sì obbediente, ma anche fiducioso in se stesso e sicuro della stima sociale (almeno del gruppo di cui fa parte), può dimostrare una forza, la quale, ben inteso, servirà principalmente a realizzare i programmi dogmatici. Il dogmatismo ha bisogno di evocare, per se stesso, la potenza nascosta dell'individuo; un essere totalmente debole non gli servirebbe.

A questo punto, sottomissione, forza, rivalsa vendicatrice diventano tutt'uno, e, pertanto, occorre individuare anche un nemico, il più pericoloso, da schiacciare. Il dominio sugli affiliati si affianca e si regge sulla prepotenza verso il nemico.

Si è detto di come il dogmatismo scopra una certa socialità.

Si tratta di forme di aggregazione molto intense ma anche parcellizzate. In qualche modo, in questo caso il dogmatismo si serve di un dato della modernità: la serializzazione e l'atomizzazione sociale, ma le organizza diversamente. L'individuo si trova sempre inserito in un gruppo ristretto, ben amalgamato e ben strutturato, dotato di finalità specifiche, in cui il singolo può esercitare un proprio ruolo. Questi gruppi sono rigidamente configurati e la mobilità tra di essi non è facile, perciò essi sono parcellizzati.

Tuttavia, chi appartiene ad una compagine circoscritta non si sente ghettizzato; anzi, in lui è viva la sensazione di essere parte di una comunità più ampia, destinata prima o poi a diventare una totalità. L'individuo, affascinato dalla prospettiva totalitaria, è egli, per prima, totalitario, proprio perché si sente parte di una totalità e si sente espressione e rappresentante di questa totalità.

Occorre insistere su alcuni aspetti per così dire partecipativi della posizione individuale per non dimenticare mai che neanche il progetto dogmatico conduce ad una assuefazione completa e ad un annichilimento totale della persona.

Certo, sarebbe un futile esercizio sofistico stare a discutere se sussiste un prima o un poi tra soggiogazione delle menti, sicuramente attuata, e adesione convinta; così come è inutile stare a disquisire in astratto quale dei due momenti prevalga; il dato più rilevante e anche più illuminante consiste nella compresenza di ambedue i fattori e nella constatazione che entrambi si sostengono a vicenda.

Avendo fatto preliminarmente questa premessa, possiamo ora analizzare i concreti motivi che inducono l'individuo ad abbracciare il dogmatismo.

Si tratta evidentemente di un individuo debole e che proprio a causa di questa sua debolezza è entrato in conflitto con la società, alla quale egli addebita le responsabilità della sua debolezza, ingiusta perché non dipende da lui, ingiustificata perché dovuta ad una errata valutazione sociale delle sue doti personali.

Se l'individuo non ha colpa della sua debolezza, però è responsabile, singolarmente come individuo, ed universalmente come uomo facente parte dell'umanità, dell'oscuramento e dell'accantonamento del disegno superiore. La colpa dell'uomo è originaria, ed anche per questo motivo non può essere emendata con le sole forze dell'uomo, a lui basta essere partecipe ed esecutore di una volontà più alta, più prestante, più certa.

Questa presa di coscienza avviene sulla base di una decisione anteriore a qualsiasi riflessione razionale ed è suggerita da un'emozione forte, quale appunto può essere il senso di colpa, di una colpa così grave e così disastrosa. Si possono riscontrare qui delle affinità con il pensiero esistenzialista, certo superficiali e parziali, ma tali da spiegare perché alcuni movimenti dogmatici, come determinati gruppi religiosi integralisti o movimenti come la new age, possano far rientrare nel loro armamentario dottrinale certe suggestioni filosofiche, opportunamente depurate, deformate e strumentalizzate.

Il dogmatismo, al pari di qualsiasi posizione totalitaria, presenta, del resto, un certo grado di sincretismo, per cui, mentre rigetta la modernità nel suo complesso, per altri aspetti ne raccoglie alcuni momenti e ne muta il significato autentico, inserendoli in un contesto teorico del tutto divergente.

La storia di questo secolo, come si è detto, ha conosciuto forme di intervento autoritario e totalitario, sostenute ideologicamente, le quali si proponevano di raggiungere una semplificazione forzata dell'organizzazione sociale, di bloccare la possibilità di mobilità sociale e di impedire l'alternanza delle classi al governo della società.

Il fanatismo dogmatico di oggi, sebbene riproponga molte delle soluzioni violente e dittatoriali di quelle ideologie, manifesta, però, una propria distintività: esso si scaglia tout-court contro la modernità, intesa come progresso. Nessuna delle ideologie conosciute si riprometteva di frenare lo sviluppo, variamente interpretato, dell'umanità; anzi, esse dichiaravano di battersi per realizzare il progresso economico e sociale. Le ideologie totalitarie non hanno mai messo in discussione due aspetti importanti della modernità: la crescita economica; lo sviluppo della scienza (anch'essa piegata alle esigenze di dominio e ai propositi produttivistici di quei regimi). Il dogmatismo di oggi, invece, appunta i suoi attacchi proprio contro l'idea di progresso in sé, e, di conseguenza, critica sia l'espansione economica che l'evoluzione scientifica e tecnologica.

Naturalmente, questo non impedisce di servirsi all'occasione delle più avanzate applicazioni della scienza, specie nel campo delle comunicazioni e dell'impiego di strumenti informatici, ma la concezione del mondo che il dogmatismo propugna prevede una rigida contrapposizione al progresso in quanto tale, perché ritenuto causa della corruzione dell'uomo, della sua originaria semplicità, ingenuità, naturalità.

Il progetto dogmatico, dunque, si prefigge un ritorno al passato e ritiene che esso debba attuarsi su tutta la linea, l'utilizzazione sincretista di frammenti di cultura moderna o di spezzoni di scoperte scientifiche non deve illudere sui suoi propositi più generali; l'attacco alla modernità è frontale e totale. La sua eventuale vittoria, seppure transitoria, non rappresenterebbe una semplice pausa, ma in qualche modo azzererebbe la situazione storica, nel senso che, dopo, niente potrebbe tornare come prima, come se nulla fosse successo.

Ora, rispetto a questa prospettiva allarmante, si potrebbe chiedere al pensiero debole se il dogmatismo può essere visto come una differenza tra le tante e se essa può essere considerata fondamentalmente innocua. In altre parole, si può pensare che la proliferazione delle differenze, assunta come strumento forte di assicurazione contro i pericoli di ritorni indietro, riesca ad assorbire anche questa minaccia e a ridurla ad una delle tante differenze, magari vincente solo localmente e solo temporaneamente? Si può credere che i ritmi vertiginosi di cambiamento e i modelli consumistici possano travolgere e neutralizzare questo residuo di rigidità? Se la fine delle narrazioni storiche è definitiva, a maggior ragione la narrazione dogmatica non dovrebbe affermarsi, e, perciò, di essa non dovremmo preoccuparci più di tanto. Ma la modernità è davvero così immune da contraddizioni, da ambiguità, da ambivalenze, tanto da rendere velleitari i tentativi di bloccare i processi storici; o forse si ritiene che queste contraddizioni, ambiguità e ambivalenze costituiscono ulteriori differenze che contribuiscono inintenzionalmente a rafforzare meccanismi di autodifesa? Cioè, si può tranquillamente continuare a sostenere una concezione finalistica della storia com'è quella insita nella assicurazione sulla irrevocabilità del postmoderno sostenuta dal pensiero debole?

Per parte nostra, riteniamo che il dogmatismo non rappresenti solo un fenomeno contingente, ma che la radicalità della novità costituita dalla modernità e le sue contraddizioni irrisolte inevitabilmente possono far scatenare una reazione di chiusura. La nostalgia della tranquilla e definitiva stabilizzazione non è destinata a scomparire tanto facilmente.

Prudentemente, rispetto alla prospettiva storica, bisognerebbe evitare sia i toni catastrofici sia l'adagiamento indifferente, e, tuttavia, occorrerebbe impegnarsi già sin d'ora per spegnere i focolai di dogmatismo che si manifestano.

Ecco, allora un'ulteriore domanda che si pone: il programma minimo previsto dal pensiero debole contempla un impegno di questo tipo, non genericamente a favore della tolleranza, ma più specificatamente contro una determinata visione del mondo, o un'azione del genere è contraria al principio del pensiero debole della proliferazione delle differenze?

Più in generale, sussiste dunque una manifestazione della realtà che va avversata; si possono e si debbono porre delle discriminanti, cioè si devono operare o no delle valutazioni?

Innanzi tutto, si rende necessaria una presa di coscienza della effettiva situazione storica, e cioè che la cosiddetta 'fine delle ideologie'[1] non coincide affatto con l'avvento di una società liberale intramontabile e sempre più inossidabile, ma che nuove forme di intolleranza, se possibile più spietate, si presentano all'orizzonte. Questa presa di coscienza poi dovrebbe farci interrogare sul tipo di risposta da dare alle trasformazioni in atto, e se cioè i piccoli racconti individuali ed intersoggettivi siano sufficienti a fronteggiare questi mutamenti.

La consapevolezza dell'incertezza della situazione ci sembra ancora parziale, visto che si riconosce l'esistenza di 'un certo diffuso cinismo e una nostalgia per il fondamento', ma si liquida subito l'argomento ritenendo questo atteggiamento 'definitivamente perduto'[2]. Dunque, non solo nostalgia ma anche cinismo, cioè non solo passiva rassegnazione o coscienza di un bel tempo andato e non più riproponibile, ma anche resistenza e risposta all'attuale stato di cose, una risposta individuale ma aggressiva, e che può, comunque, congiungersi ad altre forze.

La storia, a quanto pare, sconvolge di nuovo le nostre certezze, seppur minime, e ci invita a interrogarci nuovamente e più radicalmente.




NOTE
[1] Vattimo, a tal proposito, dice che 'il senso, le grandi fedi dogmatiche, i grandi orizzonti metafisici (sono) destinati a dissolversi' e che questo rappresenta un fattore di liberazione per l'individuo, dato che 'possiamo compiere delle scelte, prendere delle decisioni: possiamo orientare concretamente la nostra esistenza su questa base'. Per questa citazione si veda: Filosofia al presente, cit.; p. 14.

 

[2] Per queste considerazioni di Lyotard si veda: Noi, melanconici postmoderni, cit

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