4) LA CRISI DI MASSA E L'INDIVIDUO: DEBOLE, CORRIVO E
STRUMENTALIZZATO
Concludiamo questa panoramica
parlando del dogmatismo.
In
generale, esso può essere ricondotto ad un progetto che prevede un
ribaltamento dei livelli esistenziali (rapporti tra pubblico e privato a
favore del primo), e comporta sia una semplificazione della complessità
antropologica ed una limitazione del libero gioco delle facoltà umane,
sia una semplificazione delle relazioni sociali ed ambientali, in questo
caso tanto più compatte quanto più omologate.
A partire da questa definizione possiamo anche
meglio capire la posizione dogmatica verso la
storia.
Per il dogmatismo non ci
sono dubbi, la modernità ha aperto una crisi profonda e lacerante e
questa colpisce in primo luogo la persona, il suo bagaglio di certezze,
la sua stabilità psicologica, la sua chiara collocazione
sociale.
La solidità dogmatica
dell'individuo, però, non discende essenzialmente da una maturazione
personale, compiuta sulla base di una riflessione individuale sulle
proprie esperienze dirette e sui valori trasmessi dalla società, bensì
viene fatta dipendere da una salda e puntuale organizzazione della
società, il cui aspetto distintivo risiede nella rigidità della sua
strutturazione, o, in altri termini, nella inviolabilità e nella
certezza del suo modo d'essere.
Una entità superiore, sia essa la nazione, la religione,
l'ideologia, la forza cosmica, è garante ed artefice del disporsi
ordinato del mondo e in questa armonia prestabilita ed incontrollabile
l'individuo può ritrovare la sua stabilità. Rispetto all'ordine
superiore l'esercizio della critica diventa non solo superfluo ma
addirittura nocivo, e viene subito bollato come peccato di
hybris.
Dunque, la crisi,
prima ancora che le forme di organizzazione sociale, colpisce
principalmente l'individuo, ed in tal senso essa presenta un carattere
di massa. La crisi, inoltre, investe l'uomo nella totalità delle sue
sfere, ragion per cui la risposta non può che essere anch'essa totale,
totalitaria. In questa ottica, l'individuo diventa il punto di
riferimento iniziale e finale del progetto dogmatico, iniziale perché la
sua caduta costituisce l'elemento essenziale dell'attuale stato di
crisi, finale perché tutti gli interventi normativi si rivolgono
principalmente all'individuo.
Se, quindi, l'individuo assume un ruolo centrale, esso non può
essere totalmente passivo nei confronti della possibilità del suo stesso
riscatto, perciò gli si chiede, innanzitutto, un'adesione convinta e
profonda al progetto dogmatico. Si esige, inoltre, un suo impegno
concreto e assiduo per l'affermazione di tale progetto. Infine, si
domanda, sin d'ora, prima ancora del successo definitivo, una coerente
ed esemplare condotta di vita che inveri la proposta dogmatica, ne
dimostri la pratica realizzabilità, ne riveli o ne faccia balenare
l'efficacia, metta alla prova la fede e la capacità
dell'individuo.
Il progetto
dogmatico, in qualche modo, valorizza le potenzialità individuali; se
ignoriamo questo dato smarriamo una delle sue più importanti chiavi di
successo. L'individuo, attratto da una concezione di vita assiomatica,
ritrova la sua stabilità: perché si sente utile ed utilizzato; perché si
ritrova inserito in una comunità, cioè in una forza più grande che lo
rassicura e lo fa uscire da uno stato di debolezza ed incertezza; perché
crede in qualcosa di assoluto.
Questi tre elementi sono inscindibili tra loro e la semplice fede
nel progetto dogmatico di per sé non basta, perché da sola non riesce ad
associare la combattività alla sottomissione. Solo un individuo sì
obbediente, ma anche fiducioso in se stesso e sicuro della stima sociale
(almeno del gruppo di cui fa parte), può dimostrare una forza, la quale,
ben inteso, servirà principalmente a realizzare i programmi dogmatici.
Il dogmatismo ha bisogno di evocare, per se stesso, la potenza nascosta
dell'individuo; un essere totalmente debole non gli
servirebbe.
A questo punto,
sottomissione, forza, rivalsa vendicatrice diventano tutt'uno, e,
pertanto, occorre individuare anche un nemico, il più pericoloso, da
schiacciare. Il dominio sugli affiliati si affianca e si regge sulla
prepotenza verso il nemico.
Si è
detto di come il dogmatismo scopra una certa
socialità.
Si tratta di forme di
aggregazione molto intense ma anche parcellizzate. In qualche modo, in
questo caso il dogmatismo si serve di un dato della modernità: la
serializzazione e l'atomizzazione sociale, ma le organizza diversamente.
L'individuo si trova sempre inserito in un gruppo ristretto, ben
amalgamato e ben strutturato, dotato di finalità specifiche, in cui il
singolo può esercitare un proprio ruolo. Questi gruppi sono rigidamente
configurati e la mobilità tra di essi non è facile, perciò essi sono
parcellizzati.
Tuttavia, chi
appartiene ad una compagine circoscritta non si sente ghettizzato; anzi,
in lui è viva la sensazione di essere parte di una comunità più ampia,
destinata prima o poi a diventare una totalità. L'individuo, affascinato
dalla prospettiva totalitaria, è egli, per prima, totalitario, proprio
perché si sente parte di una totalità e si sente espressione e
rappresentante di questa totalità.
Occorre insistere su alcuni aspetti per così dire partecipativi
della posizione individuale per non dimenticare mai che neanche il
progetto dogmatico conduce ad una assuefazione completa e ad un
annichilimento totale della persona.
Certo, sarebbe un futile esercizio sofistico stare a discutere se
sussiste un prima o un poi tra soggiogazione delle menti, sicuramente
attuata, e adesione convinta; così come è inutile stare a disquisire in
astratto quale dei due momenti prevalga; il dato più rilevante e anche
più illuminante consiste nella compresenza di ambedue i fattori e nella
constatazione che entrambi si sostengono a vicenda.
Avendo fatto preliminarmente questa premessa,
possiamo ora analizzare i concreti motivi che inducono l'individuo ad
abbracciare il dogmatismo.
Si
tratta evidentemente di un individuo debole e che proprio a causa di
questa sua debolezza è entrato in conflitto con la società, alla quale
egli addebita le responsabilità della sua debolezza, ingiusta perché non
dipende da lui, ingiustificata perché dovuta ad una errata valutazione
sociale delle sue doti personali.
Se l'individuo non ha colpa della sua debolezza, però è
responsabile, singolarmente come individuo, ed universalmente come uomo
facente parte dell'umanità, dell'oscuramento e dell'accantonamento del
disegno superiore. La colpa dell'uomo è originaria, ed anche per questo
motivo non può essere emendata con le sole forze dell'uomo, a lui basta
essere partecipe ed esecutore di una volontà più alta, più prestante,
più certa.
Questa presa di
coscienza avviene sulla base di una decisione anteriore a qualsiasi
riflessione razionale ed è suggerita da un'emozione forte, quale appunto
può essere il senso di colpa, di una colpa così grave e così disastrosa.
Si possono riscontrare qui delle affinità con il pensiero
esistenzialista, certo superficiali e parziali, ma tali da spiegare
perché alcuni movimenti dogmatici, come determinati gruppi religiosi
integralisti o movimenti come la new age, possano far rientrare nel loro
armamentario dottrinale certe suggestioni filosofiche, opportunamente
depurate, deformate e strumentalizzate.
Il dogmatismo, al pari di qualsiasi posizione totalitaria,
presenta, del resto, un certo grado di sincretismo, per cui, mentre
rigetta la modernità nel suo complesso, per altri aspetti ne raccoglie
alcuni momenti e ne muta il significato autentico, inserendoli in un
contesto teorico del tutto divergente.
La storia di questo secolo, come si è detto, ha conosciuto forme
di intervento autoritario e totalitario, sostenute ideologicamente, le
quali si proponevano di raggiungere una semplificazione forzata
dell'organizzazione sociale, di bloccare la possibilità di mobilità
sociale e di impedire l'alternanza delle classi al governo della
società.
Il fanatismo dogmatico
di oggi, sebbene riproponga molte delle soluzioni violente e
dittatoriali di quelle ideologie, manifesta, però, una propria
distintività: esso si scaglia tout-court contro la modernità, intesa
come progresso. Nessuna delle ideologie conosciute si riprometteva di
frenare lo sviluppo, variamente interpretato, dell'umanità; anzi, esse
dichiaravano di battersi per realizzare il progresso economico e
sociale. Le ideologie totalitarie non hanno mai messo in discussione due
aspetti importanti della modernità: la crescita economica; lo sviluppo
della scienza (anch'essa piegata alle esigenze di dominio e ai propositi
produttivistici di quei regimi). Il dogmatismo di oggi, invece, appunta
i suoi attacchi proprio contro l'idea di progresso in sé, e, di
conseguenza, critica sia l'espansione economica che l'evoluzione
scientifica e tecnologica.
Naturalmente, questo non impedisce di servirsi all'occasione
delle più avanzate applicazioni della scienza, specie nel campo delle
comunicazioni e dell'impiego di strumenti informatici, ma la concezione
del mondo che il dogmatismo propugna prevede una rigida contrapposizione
al progresso in quanto tale, perché ritenuto causa della corruzione
dell'uomo, della sua originaria semplicità, ingenuità,
naturalità.
Il progetto
dogmatico, dunque, si prefigge un ritorno al passato e ritiene che esso
debba attuarsi su tutta la linea, l'utilizzazione sincretista di
frammenti di cultura moderna o di spezzoni di scoperte scientifiche non
deve illudere sui suoi propositi più generali; l'attacco alla modernità
è frontale e totale. La sua eventuale vittoria, seppure transitoria, non
rappresenterebbe una semplice pausa, ma in qualche modo azzererebbe la
situazione storica, nel senso che, dopo, niente potrebbe tornare come
prima, come se nulla fosse successo.
Ora, rispetto a questa prospettiva allarmante, si potrebbe
chiedere al pensiero debole se il dogmatismo può essere visto come una
differenza tra le tante e se essa può essere considerata
fondamentalmente innocua. In altre parole, si può pensare che la
proliferazione delle differenze, assunta come strumento forte di
assicurazione contro i pericoli di ritorni indietro, riesca ad assorbire
anche questa minaccia e a ridurla ad una delle tante differenze, magari
vincente solo localmente e solo temporaneamente? Si può credere che i
ritmi vertiginosi di cambiamento e i modelli consumistici possano
travolgere e neutralizzare questo residuo di rigidità? Se la fine delle
narrazioni storiche è definitiva, a maggior ragione la narrazione
dogmatica non dovrebbe affermarsi, e, perciò, di essa non dovremmo
preoccuparci più di tanto. Ma la modernità è davvero così immune da
contraddizioni, da ambiguità, da ambivalenze, tanto da rendere
velleitari i tentativi di bloccare i processi storici; o forse si
ritiene che queste contraddizioni, ambiguità e ambivalenze costituiscono
ulteriori differenze che contribuiscono inintenzionalmente a rafforzare
meccanismi di autodifesa? Cioè, si può tranquillamente continuare a
sostenere una concezione finalistica della storia com'è quella insita
nella assicurazione sulla irrevocabilità del postmoderno sostenuta dal
pensiero debole?
Per parte
nostra, riteniamo che il dogmatismo non rappresenti solo un fenomeno
contingente, ma che la radicalità della novità costituita dalla
modernità e le sue contraddizioni irrisolte inevitabilmente possono far
scatenare una reazione di chiusura. La nostalgia della tranquilla e
definitiva stabilizzazione non è destinata a scomparire tanto
facilmente.
Prudentemente,
rispetto alla prospettiva storica, bisognerebbe evitare sia i toni
catastrofici sia l'adagiamento indifferente, e, tuttavia, occorrerebbe
impegnarsi già sin d'ora per spegnere i focolai di dogmatismo che si
manifestano.
Ecco, allora
un'ulteriore domanda che si pone: il programma minimo previsto dal
pensiero debole contempla un impegno di questo tipo, non genericamente a
favore della tolleranza, ma più specificatamente contro una determinata
visione del mondo, o un'azione del genere è contraria al principio del
pensiero debole della proliferazione delle
differenze?
Più in generale,
sussiste dunque una manifestazione della realtà che va avversata; si
possono e si debbono porre delle discriminanti, cioè si devono operare o
no delle valutazioni?
Innanzi
tutto, si rende necessaria una presa di coscienza della effettiva
situazione storica, e cioè che la cosiddetta 'fine delle ideologie'[1] non coincide affatto con l'avvento di una società liberale
intramontabile e sempre più inossidabile, ma che nuove forme di
intolleranza, se possibile più spietate, si presentano all'orizzonte.
Questa presa di coscienza poi dovrebbe farci interrogare sul tipo di
risposta da dare alle trasformazioni in atto, e se cioè i piccoli
racconti individuali ed intersoggettivi siano sufficienti a fronteggiare
questi mutamenti.
La
consapevolezza dell'incertezza della situazione ci sembra ancora
parziale, visto che si riconosce l'esistenza di 'un certo diffuso
cinismo e una nostalgia per il fondamento', ma si liquida subito
l'argomento ritenendo questo atteggiamento 'definitivamente perduto'[2]. Dunque, non solo nostalgia ma anche cinismo, cioè non solo
passiva rassegnazione o coscienza di un bel tempo andato e non più
riproponibile, ma anche resistenza e risposta all'attuale stato di cose,
una risposta individuale ma aggressiva, e che può, comunque,
congiungersi ad altre forze.
La
storia, a quanto pare, sconvolge di nuovo le nostre certezze, seppur
minime, e ci invita a interrogarci nuovamente e più
radicalmente.
NOTE
[1] Vattimo, a tal proposito, dice
che 'il senso, le grandi fedi dogmatiche, i grandi orizzonti metafisici
(sono) destinati a dissolversi' e che questo rappresenta un fattore di
liberazione per l'individuo, dato che 'possiamo compiere delle scelte,
prendere delle decisioni: possiamo orientare concretamente la nostra
esistenza su questa base'. Per questa citazione si veda: Filosofia al
presente, cit.; p. 14.
[2] Per queste considerazioni di
Lyotard si veda: Noi, melanconici postmoderni, cit